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L'imbalsamazione necessita in primis di luoghi che non agevolino i processi di decomposizione, aree dal clima molto freddo o desertiche.

L'imbalsamazione ebbe infatti origine in Egitto, presumibilmente intorno al 4000 a.c. con scopi dal carattere apotropaico; essa era infatti un vero e proprio rito religioso volto a consentire una riappropriazione del corpo da parte del defunto nell'Aldilà. L'imbalsamazione era diffusa anche presso i popoli peruviani e le civiltà Inca, mentre in occidente si iniziò ad utilizzarla per i militari di un grado elevato morti al di fuori della madrepatria. L'imbalsamazione si avvaleva, al fine di agevolare il processo di conservazione, di oli, resine e unguenti speciali usati proprio per tale pratica; il corpo veniva poi avvolto all'interno di tessuti specifici.

Attualmente la pratica dell'imbalsamazione viene utilizzata soprattutto per gli animali; riguardo all'imbalsamazione umana si usano tecniche differenti rispetto a quelle passate. L'imbalsamazione odierna sfrutta infatti le proprietà chimiche della formaldeide, dell'arsenico e di lassativi vari, somministrati al defunto mediante iniezioni, capaci di bloccare ogni genere di processo biologico organico, evitando così la decomposizione.

Oggigiorno, l'imbalsamazione totale o parziale, viene spesso usata per conservare salme a scopo di studio o dimostrativo; in altri casi, come quello del corpo di Lenin custodito a Mosca, si intende preservare il corpo affidandogli una valenza monumentale e idolatrico. Nell'imbalsamazione moderna infine è molto frequente l'uso di cosmetici per eliminare eventuali imperfezioni del viso; vengono inoltre: recisi i tendini gli arti; cucite palpebre e bocca; otturate le chiusure con silicone, per evitare eventuali perdite di liquidi.

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